MARTA SUI TUBI // Discografia


//C'E' GENTE CHE DEVE DORMIRE // Recensioni

Sonorika
Ci sono alcune creature che riescono miracolosamente a non rimanere schiacciate tra gli ingranaggi della triste e ottusa industria del pop italiano. Si tratta, nello specifico, di tre distinte specie di animali musicali: artisti di puro talento, ottimi professionisti e geni veri e propri. A questa ultima famiglia appartengono i Marta Sui Tubi, strampalati fenomeni di un rock acustico circense, capaci di rimanere pericolosamente in equilibrio sul filo sospeso tra il nonsense di La Tua Argenteria e la cronaca sentimentale di Una Donna E La Sua Semplicità , di fare salti mortali e ardite evoluzioni senza rete nella metrica, di mascherarsi da clown rischiando l’osso del collo pur di strappare un sorriso al pubblico pagante e perfino di domare un vecchio leone come Bobby Solo, credibilissima special guest di Via Dante . Come chiamare, se non geni, artisti che riescono a fare convivere, in una strofa del brano succitato, lo stilnovo di Alighieri e una figura metaforica a mezza via tra Pierino ed Esopo (“Vuolsi così colà dove c’è più di quel che pare/c’è una gatta tra le gambe e un topolino da salvare”)? Insomma: se il passaggio dei MST sotto l’egida della V2 aveva preoccupato gli integralisti dell’indie, C’è Gente Che Deve Dormire smentisce ogni sospetto di compromesso. Il gruppo ha evoluto ulteriormente il proprio suono, arricchendo di sfumature l’impianto acustico e rinunciando alla naivetè che traspariva da alcuni brani di “Muscoli e Dei”. Per consolidare il proprio sound, il duo ha reclutato in pianta stabile il batterista Ivan Paolini (devastante in L’Amaro Amore ) e ha beneficiato dell’apporto di Enrico Gabrielli (polistrumentista dei Mariposa) che soffia note laceranti di clarinetto nella triste Cenere . Tra i brani più belli del disco, spicca il tesissimo blues a due voci di 31 Lune , dialogo tra figlio e madre (interpretata dalla voce ferma e decisa di Sara Piolanti). E, con estrema naturalezza, la band passa dalla poesia al puro delirio della parodia di una tamarra radio locale di Catanzaro nello skit che introduce quella che, forse, è l’unica pecca del disco: l’inutile e decisamente inflazionata cover conclusiva di Tomorrow Never Knows che nulla aggiunge a quanto scritto ed eseguito da John Lennon e soci: ma, d’altronde, è difficile competere in genio con chi, già trentotto anni fa, dimostrava di avere raggiunto vette che sono rimaste inviolate.
DaDo Minervini

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C'e' gente che deve dormire

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